#13 Sospesa
In questo numero: un cambio di prospettiva, tre consigli di lettura, la steppa degli assenzi e una cioccolateria a Berlino.
Gennaio è stato uno dei mesi più freddi che io ricordi1. Neve e ghiaccio hanno accompagnato quasi quotidianamente i nostri passi cauti. Dalla finestra della cucina un giorno ho visto due volpi muoversi in giardino con agilità e circospezione. Nei momenti di quiete ho scritto un articolo dedicato a quella volta che Virginia Woolf visitò Berlino.
Lo scorso autunno, dopo mesi passati a mulinare opzioni e piani d’azione su una situazione che desideravo cambiare2, ho capito che tutto quel movimento cerebrale mi stava succhiando energie senza portarmi da nessuna parte. I miei limiti sembravano insormontabili, i miei contorni sempre più sfocati. Così, incerta su come procedere e appesantita dai “devo” e dai “dovrei”, mi sono fermata e mi sono appesa metaforicamente con la testa all’ingiù, per osservare le cose da un altro punto di vista.
Sospesa fra il “non sono più” e il “non sono ancora” ho abitato un luogo scomodo, poco illuminato e, almeno inizialmente, rumoroso: nel non fare e nel silenzio, infatti, le voci nella testa diventano spade che si conficcano nella carne. Sono rimasta dov’ero e ho dato loro spazio finché non si sono fatte brusio e la testa s’è un po’ acquietata.
A poco a poco la mia prospettiva ha cambiato asse. Una crepa lì3, una frana là, qualcosa di nuovo è emerso. Un bisogno, più che una consapevolezza. E una lucina, che ora è un fuocherello. Poco prima di Natale mi sono rimessa in moto. Procedo lentamente. Mi concentro su un passo alla volta senza l’assillo di quelli successivi. Uso il corpo come bussola (il miglior ufficio informazioni a portata di mano, aperto sette giorni su sette 24 ore su 24). Non ho un piano e l’orizzonte mi appare sfocato, ma proseguo fidandomi. Il resto verrà da sè.
Semi
🌱 Wild Atlantic Women. Walking Ireland’s West Coast (New Island Books, 2023) di Gráinne Lyons è il racconto di un viaggio lungo la costa occidentale irlandese sulle tracce di alcune donne che l’hanno abitata. Ad aprire la carrellata è la bisnonna materna dell’autrice, che sull’isola di Cape Clear a inizio ‘900 insegnava ad altre donne l’antica tradizione del merletto. Le mie preferite? La botanica Ellen Hutchins (1785-1815), la storyteller Peig Seyers (1873–1958) e la scrittrice Edna O’Brian (1930-2024). Questo libro mi ha accompagnata verso la conclusione del 2025 con una buona dose di ispirazione e tanta voglia di visitare gli stessi luoghi.
🌱 Dall’Irlanda mi sposto in Sicilia seguendo il filo rosso delle bisnonne con quella di Nadia Terranova, che lei chiama con un nome che sa di spuma di mare: Venera (“l’accento sulla prima sillaba e la a finale”).
Venera doveva essere rimasta impigliata nello strato irregolare di realtà delle eredità familiari che proiettiamo nelle visioni o nelle stanze buie; di lei avevo carpito racconti smozzicati, ma la sentivo vagare per casa come uno spettro incastrato che non trova più la strada per tornare indietro, si era incarnata in un bisbiglio, in una parola lasciata cadere e subito messa al riparo4.
In Quello che so di te (Guanda, 2025) c’è il tema della maternità, della salute mentale e dei manicomi molto tempo prima che venissero chiusi con l’entrata in vigore della legge Basaglia; c’è il corpo che muta durante e dopo una gravidanza; ci sono legami transgenerazionali e avvenimenti che si ripetono come anatemi; ci sono padri che vacillano e cadono.
Un giorno, di fronte alla figlia appena nata, l’autrice/voce narrante comprende che c’è una cosa che non potrà mai più permettersi di fare: impazzire. Impazzire come la bisnonna. La Mitologia Familiare al riguardo è inaffidabile: sbaglia le date, confonde gli eventi, omette. Decide quindi di saperne di più. Gradualmente ricompone dei pezzi, consultando anche l’archivio dell’ex ospedale psichiatrico Mandalari a Messina, dove Venera fu ricoverata.
La storia raccontata da Nadia Terranova è tanto intima e personale quanto collettiva. La narrazione procede per balzi temporali, alternando passato e presente, che nel ricordo si fondono. E dal momento che la scrittura del romanzo non avviene a ricerche fatte, ma durante il loro farsi, si ha la sensazione che il piano temporale della lettura si fonda a sua volta con quello della scrittura e della scoperta, aumentando il coinvolgimento.
Scrivere equivale a rompere un incantesimo, dicono — per me invece significa crearlo […]. Ma scrivere è anche una profezia, quante volte ho trasformato in memoria un sogno o una visione del futuro? […] Mi illudo che potrò controllare gli anni che verranno se sarò brava a scavare nel passato, individuerò le tracce migliori tra i documenti e i resti di Venera, decifrerò il suo alfabeto come una tavoletta babilonese e lo distruggerò, per non passarlo a mia figlia. Scrivere è interrompere questa linea di pazzia, ma prima devo diventare un osso cavo, il megafono di una voce estranea, la replica di eventi che cercano di nuovo un palco, occhi pieni di dettagli che si fossilizzano sulla pelle come abrasioni.5
Ho letto questo libro a novembre. Qualche mese prima, tornata in Abruzzo per un paio di settimane, avevo provato a ricostruire la storia della mia bisnonna materna esplorando archivi online e facendo domande a mia madre e alle sue sorelle6. Ognuna sapeva qualcosa che le altre o non sapevano o sapevano in maniera diversa. Abbiamo rischiarato alcune ombre e dato un volto al padre biologico di mia nonna, restituendolo a un albero genealogico di cui pure è parte.

🌱 C’è stato un tempo in cui la simbologia del divino non era maschile, ma femminile. A suggerirlo è la mole di dati raccolta finora in ambito antropologico, etnografico e archeologico, che Luciana Percovich, autrice di Oscure madri splendenti: le radici del sacro e delle religioni (Venexia, 2007) esplora per rispondere a una domanda:
Quali effetti ha prodotto e continua a produrre, su di me e in ogni altra donna, una simbologia maschile del divino, cioè sul potere ultimo da cui emana, regolandola, la vita?
Fare proprio il simbolo della madre trasforma il modo in cui percepiamo noi stesse e il nostro modo di stare nel mondo. E “quando le donne al posto del simbolo del padre mettono il simbolo della madre fanno un gesto politico”7.
Io lo considero il cortocircuito nel sistema di credenze e valori che abbiamo interiorizzato; la crepa nel muro che sembra innocua e invece fa crollare l’intero edificio.
Il libro, diviso in due parti, “è solo un primo approccio — anche abbastanza casuale nella sua organizzazione interna — a una materia complessa, vasta e controversa”. Nella prima Percovich rintraccia la presenza del divino femminile nelle mitologie di vari continenti e si domanda se non sia stato il passaggio da una spiritualità basata sul sacro8 ad una basata sul divino femminile a spianare la strada alla graduale detronizzazione della Dea sostituita prima dagli Dèi e poi dal Dio.
Concettualizzando il divino, sia pure al femminile, si modifica la visione del sacro, che è un modo di accostarsi e intendere il mistero della vita nel farsi immanente delle cose e nell’intimo di ognuno. Il divino porta in sé un’idea di separazione e di gerarchia e pone le basi per l’invenzione di un creatore di solo spirito contrapposto alla materia della natura9.
Nella seconda parte ripercorre le mitologie europee più note e presenta tre donne, il cui lavoro è stato fondamentale: Jane Ellen Harrison (1850-1928), Momolina Marconi (1912-2006) e Marja Gimbutas (1921-1994).
Oscure madri splendenti ha fatto da ponte tra vecchio e nuovo anno (amo le letture ponte!) e tra luoghi diversi, perché l’ho iniziato in treno sulla tratta Berlino-Pescara. Serena Blasi gli aveva reso omaggio nel numero della sua newsletter intitolato Oscure donne splendenti e da allora ha atteso nella mia lista dei desideri finché non è arrivato il suo momento. Ed era proprio quello giusto.
Erbario letterario
Correvamo nella gola, e io guardavo lassù, a lungo, la stella. I cavalli trottavano allegri verso la scuderia, il leggero ghiaino strideva sotto le ruote. Il vento, dalla steppa, recava amaro polline d’assenzi in fiore, un appena percettibile aroma d’orzo maturo, raffreddato; e a tutto questo, mescolandosi all’odore del bitume e dei finimenti dei cavalli sudati, dava come una leggera ebbrezza.
— Tschingis Aitmatov, Melodia della terra. Giamilja, Marcos y Marcos, 2017, p. 61
È una notte d’agosto in terra kirghisa, i cavalli trottano sotto il cielo stellato e il vento trasporta dalla steppa il polline degli assenzi in fiore. Siamo più o meno a metà di questo minuto e poetico romanzo di Tschingis Aitmatov (1928-2008), che racconta l’amore tra Giamilja, moglie di Sadyk, e Danijar, un uomo appena tornato dal fronte.
La voce narrante è quella di Seit, il cognato quindicenne di Giamilja, testimone involontario di una passione fra due persone che per stare insieme dovranno fuggire. Li dipingerà in un quadro dove sembra che stiano per uscire dal fondo, viandanti in un paesaggio autunnale dominato dal colore bruno rossastro della steppa degli assenzi.
È il quadro all’inizio del romanzo, usato come marchingegno narrativo per entrare nella storia. Gli assenzi tornano anche a fine libro con il loro olezzo autunnale. La stagione che precede l’inverno chiude quindi una fase della vita di Seit, segnando il suo passaggio dall’infanzia all’età adulta, e cristallizza il ricordo di Giamilja e Danijar in un gesto artistico.
L’Artemisia absinthium (fam. Asteraceae) è una specie di artemisia apprezzata fin dall’antichità per le sue proprietà antisettiche, digestive, stimolanti, toniche e vermifughe10. La medicina popolare europea lo ha utilizzato per la cura di diversi disturbi, in particolare per le malattie parassitarie e i problemi digestivi11.
Dalle foglie e dai fiori si ricava un olio essenziale usato nella preparazione di un liquore, tonico e stimolante a piccole dosi, tossico se ingerito in grandi quantità12. A fine Ottocento diventò una moda e una piaga e diversi paesi ne proibirono il consumo. Nel mondo artistico e letterario era molto apprezzato perché si credeva stimolasse la creatività13.
Mi viene spontaneo contrapporre la dolcezza di questo amore (e la dolcezza negli occhi di Seit, il cui sguardo non giudicante protegge la coppia dagli sguardi altrui) al sapore amaro dell’assenzio. Absinthium è il nome latino con cui nell’antichità si chiamava la pianta e deriva dal greco psinthion, cioè “privo di dolcezza”.
E di amarezza Giamilja e Danijar ne lasciano dietro tanta. Seit è testimone anche del dolore della famiglia e della rabbia di Sadyk, che tornato dal fronte scopre il tradimento. Ma la loro fuga è il motore che spinge Seit a perseguire il sogno di diventare un artista, partendo come loro, “con audacia e decisione, sul difficile cammino della ricerca della felicità.”
➺ Altre piante citate nel libro: tulipani, salici, pioppi, muschio, sorbo, lillà, menta, grano, mele, mais, orzo.
Luoghi
Le condizioni meteo delle ultime settimane mi hanno ricordato una cosa che ho fatto il 14 febbraio dell’anno scorso insieme a Piccola Poppins e a L’Inglese: visitare il Winterfeldt Cafe, una cioccolateria/caffetteria nel distretto di Schöneberg, all’angolo tra la Goltzstraße (civico 23) e la Pallasstraße. I locali che la ospitano appartenevano a una farmacia di fine Ottocento di cui sono stati preservati scaffali e cassetti. Mi sono ripromessa di tornarci da sola uno di questi giorni, prima che finisca l’inverno. Voglio sedermi nella saletta in fondo a tutto in compagnia di un libro. Se capiti a Berlino tra ottobre e marzo il Winterfeldt Cafe è il posto perfetto per una pausa zuccherosa.

Grazie per aver letto Altrove! Prima di salutarti ti chiedo: su cosa hai cambiato punto di vista ultimamente? Preferisci terminare la lettura di un libro entro la fine dell’anno o ti piace l’idea di un libro ponte? Qual è stata la lettura ponte o quella con cui hai chiuso il 2025? Hai semi da condividere — consigli di lettura/ascolto/visione, una citazione con cui hai vibrato, una poesia che ti ha incantato, qualcosa che ti ha fatto dire “wow!”? Ispiriamoci!
E in effetti il servizio meteorologico tedesco lo ha definito il gennaio più freddo degli ultimi sedici anni.
Per poi capire che mi stavo occupando solo della punta dell’iceberg. Le cose sono sempre più complesse di quello che si vede in superficie.
Quando ho scritto questa introduzione non avevo ancora letto il capitolo dedicato alla carta dell’Eremita in Dal matto al mondo. Viaggio poetico nei tarocchi di Francesca Matteoni (effequ, 2024). Ecco cosa scrive l’autrice a un certo punto: “Come il Matto viene investito dal sole sotto cui i suoi abiti variopinti risplendono, così l’Eremita trae la lanterna privata dalla sua cappa. E entrambi segue l’Appeso, con la luce che esce dalla testa. Lì ribalta in un sacrificio, l’ascensione diventa discesa, il paesaggio si concentra tutto nel suo corpo e nel suo corpo appeso scova una crepa, per riemergere in una visione.”
Nadia Terranova, Quello che so di te, Guanda, 2025 p.18
Ivi, pp.105-106
Tornerò su questo argomento, perché mi appassiona. In realtà l’estate scorsa ho continuato una ricerca iniziata tempo addietro in maniera piuttosto blanda e senza coinvolgere mamma e le zie.
Da una citazione di Barbara Starret inclusa nel libro.
La visione del sacro è priva di gerarchie metafisiche, è legata al corpo, “alla conoscenza interiore, intima” e “al concetto di sofia, sapere spirituale, ma collegato all’esperienza, che passa attraverso la complessità delle percezioni del corpo e l’attivazione di energie più sottili di quella della mente”.
Luciana Percovich, Oscure Madri Splendenti. Le radici del sacro e delle religioni, Venexia Editrice, 2007, p.43
Alfredo Cattabiani, Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori, 2016, p.240
AA.VV., Artemisia absinthium L.— Importance in the History of Medicine, the Latest Advances in Phytochemistry and Therapeutical, Cosmetological and Culinary Uses su PubMed Central «https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7570121/#sec4-plants-09-01063»
L’assenzio è anche una delle erbe aromatiche presenti nel Vermouth.
Hai presente la famosa opera di Degas con un uomo e una donna dallo sguardo perso seduti al tavolo di un caffè parigino? L’opera si intitola, appunto, L’assenzio o i I bevitori di assenzio (1875). Il liquore all’assenzio fu protagonista di altre opere e manifesti pubblicitari dell’epoca (qui puoi vedere di entrambi una carrellata).




Bellissima uscita, grazie!
Che numero intenso! Questa “sospensione” ha tirato fuori moltissime suggestioni da approfondire! Grazie davvero